Attraversamenti

Il sorriso di Maria?

La banalità quotidiana di papa Francesco su Twitter è la seguente:
Naturalmente noi dell'aspetto di Maria non sappiamo nulla, e nemmeno del suo sorriso. La rappresentazione di Gesù, come è noto è basata su un falso: la lettera di Publio Lentulo, nella quale si parla di un uomo con i capelli color nocciola, che "nella presenza è il più bell'uomo che si possa immaginare; tutto simile alla madre la quale è la più giovane che si sia mai vista in queste parti". 
La frase di papa Francesco andrebbe dunque modificata così:
Il modo in cui gli artisti rappresentano il sorriso semplice e puro di Maria sia fonte di letizia per ognuno di noi davanti alle difficoltà della vita.
Anche qui, però, c'è qualcosa che non va. Chi conosce un po' di storia dell'arte, sa che in realtà non è così frequente, poi, che gli artisti rappresentino la Madonna sorridente.


Diamo una possibilità di scelta ai bambini

Qualche sera fa osservano, in pizzeria, un gruppo di cinque bambini che occupavano il margine di una tavolata. Ognuno di loro aveva lo smartphone, sul quale stava giocando, ma non isolato dagli altri; si mostravano lo smartphone l'un l'altro, commentando. A un certo punto la bambina più grande del gruppo ha invitato gli altri a mettersi in posa. Ha scattato una foto, poi non soddisfatta del risultato ne ha fatta un'altra, e un'altra ancora. Quando il risultato l'ha convinta, ha mostrato la foto agli altri. Quindi l'ha mandata in rete - su WhatsApp, immagino - e ha atteso i commenti. I bambini sembravano divertirsi molto.
Ho ripensato a questa scena partecipando, a Cesena, a un bel convegno che il Centro di Documentazione Educativa ha dedicato alla figura di Gianfranco Zavalloni, il compianto autore della Pedagogia della lumaca. Educatore, ma anche artista (trovo meravigliosi, per poesia, raffinatezza e semplicità, i suoi disegni), Zavalloni era una di quelle rare persone che mettono in tutto quello che fanno l'impronta di una gioia di vivere in grado di resistere ad ogni offesa della vita. Si parlava, al convegno, delle trasformazioni del gioco e dell'infanzia. Che ne è, oggi, dei giochi che hanno accompagnato l'infanzia per secoli? Chi gioca ancora alla campana, o alla lippa? Lo schermo dello smartphone ha preso il posto della strada, come ambiente ludico.


Il karma di Agamben

1.Karman. Breve trattato sull'azione, la colpa e il gesto di Giorgio Agamben (Bollati Boringhieri) è una delle non frequenti incursioni della filosofia italiana - di uno dei maggiori filosofi italiani, in questo caso - nel pensiero orientale, al di fuori del settore specialistico (e in Italia ancora quasi allo stato nascente) della filosofia comparata ed interculturale. 
Il problema del libro è quello dell'azione responsabile e dunque imputabile; o meglio: del rapporto tra azione e soggettività. Un rapporto che si fissa, nell'etica occidentale, nel concetto di colpa. Ci si può chiedere se sia davvero opportuno mettere in discussione questo nesso, ma qui vorrei soffermarmi sulla lettura del buddhismo da parte di Agamben. 
Come è noto, uno dei problemi più rilevanti del buddhismo dal punto di vista filosofico è la contraddizione tra la negazione dell'esistenza di un sé o anima e la concezione del karma e della rinascita. Se non esiste un sé, cos'è che rinasce? Come è possibile che vi sia continuità tra una vita e un'altra, se non c'è un sé sostanziale? Per Agamben, questa contraddizione apparente nasce da una precisa strategia: "si tratta di spezzare il nesso che lega il dispositivo azione-volontà a un soggetto"; "il soggetto come attore responsabile dell'azione è solo una apparenza dovuta alla nescienza o all'immaginazione (nei termini della nostra ricerca, esso è una finzione prodotta dai dispositivi del diritto e della morale)" (p. 128). 
Non c'è molto altro, oltre queste righe citate; se la prima parte del libro contiene una analisi raffinata dei concetti di causa e colpa in Occidente, la parte finale, dedicata al karman, si sviluppa per passaggi rapidi ed essenziali. Proviamo a ragionare su quelle poche righe. 


Leonardo Caffo e la conoscenza dell'altro

Fragile umanità. Il postumano contemporaneo (Einaudi) è l'ultimo libro di Leonardo Caffo, un giovane filosofo che è considerato tra i principali riferimenti filosofici dell'antispecismo italiano. Mi riprometto di scriverne con calma, ma intanto mi preme buttare giù una considerazione a margine.
Nel suo libro (pubblicato da Einaudi: la circostanza non è secondaria) Caffo cita più volte Lao Tzu, l'autore del Tao Te Ching.


Cosa sta succedendo a Facebook?

Ieri ho segnalato, con un articolo sugli Stati Generali, l'assurda censura in cui è incorso su Facebook lo scrittore Marco Rovelli, noto per il suo impegno per i diritti civili, il cui profilo è stato bloccato con l'accusa di aver scritto la parola "negro". Qualche ora dopo il mio articolo, è capitato anche a me di subire la rimozione di un contenuto giudicato non rispettoso degli standard di comunità. Si trattava, in questo caso, di un vecchio post contenente l'affermazione "Antonio Vigilante è terronista", un post autoironico (terronista da terrone: sono un pugliese che vive a Siena) assolutamente innocuo. Per aver linkato l'articolo in cui parlavo di questa censura, oggi sono stato bloccato per un giorno.


Sono un terronista (e Facebook mi censura)

Per una singolare coincidenza, poche ore dopo il mio articolo sulla assurda censura di Marco Rovelli, Facebook mi ha notificato di aver rimosso un mio contenuto che avrebbe violato gli standard della comunità. Per quello che riesco a capire, le cose sono andate come segue. Molto tempo fa - tanto tempo, che nemmeno me ne ricordavo - ho scritto un post nel quale mi davo del "terronista". Una uscita ironica (non particolarmente brillante, lo ammetto) che alludeva alla mia condizione di foggiano (quindi terrone) a Siena. E' un aggettivo che uso qualche volta con i miei amici senesi, insieme al verbo terronizzare. Cose come: "Basta lavorare, lasciatevi terronizzare un po', andiamo a prendere un caffè". Ora, è successo che a qualcuno - che segue le mie cose con tanta attenzione da scovare un post che avevo dimenticato - quell'aggettivo non è piaciuto. Può essere che gli sia sfuggita la n, ed abbia letto terrorista, o che davvero abbia pensato che ce l'avessi con i terroni. E si è indignato tanto, da non scrivermi per chiedermi il senso di quel post (glielo avrei spiegato volentieri), ma da segnalarmi a Facebook. Come se avessi incitato a mettere i terroni sulla graticola.  All'oscuro censore di Facebook è giunta questa segnalazione, e invece di farsi una risata, ha ritenuto opportuno, anzi necessario rimuovere il mio post e segnalarmelo.


Facebook censura Marco Rovelli

"Questi racconti sono la versione moderna della Storia della colonna infame di Manzoni. Oggi si condannano senza alcun grado giudiziario degli esseri umani a scontare pena in un recinto di appestati." Sono parole di Erri De Luca che si trovano sulla quarta di copertina di Lager italiani (Rizzoli), il libro del 2006 con il quale Marco Rovelli denunciava la vergogna dei Centri di Permanenza Temporanea, nati dalla stessa logica concentrazionaria che ha dato origine ai lager nazisti. Rovelli era andato nei Centri, aveva incontrato i reclusi , aveva ascoltato le loro storie e le aveva raccontate in un libro che è ancora oggi importante per capire le (bio)politiche di gestione delle migrazioni nel nostro paese. Ed ha continuato questo lavoro di ascolto e di narrazione legato alla difesa dei diritti umani e civili nei dieci anni successivi, ad esempio con la bellissima storia del musicista rom Jovica Jovic (La meravigliosa vita di Jovica Jovic, appunto) pubblicata da Feltrinelli del 2013. Bene: questa mattina Rovelli è stato bloccato da Facebook. L'accusa: aver scritto la parola "negro". Il post incriminato - che è stato rimosso, e dopo il quale Rovelli è stato bloccato - è il seguente:


7 ottobre, sabato


Le accarezzavo le orecchie e la testa. Negli ultimi cinque anni della mia vita accarezzarle le orecchie e la testa è stato il modo per ancorarmi a qualcosa di buono, di dolce, di bello. Accarezzarle le orecchie e la testa mentre lei chiudeva gli occhi per godersi quel momento. Ma questa notte non c'era nulla di dolce, né di bello. Solo l'oscena ingiustizia di assistere alla sua agonia senza poter far nulla. Vederla andare, senza saperla davvero accompagnare. Perché quando le accarezzavo la testa lei era già altrove. Strappava alla morte ogni respiro, lottando con tutta sé stessa. Finché voler vivere non è stato più sufficiente.
Si muore. Lo so. Sabbe sankhara anicca. Me lo ripeto mille volte al giorno. Ho sentito morire molte persone, e molte mi erano care. Ma mai una morte mi è sembrata così ingiusta, così inaccettabile.
La morte di un cane. Sì. Un semplice cane. Soltanto un cane. Ma negli occhi di quel cane - negli occhi di Happy - c'era tutto il dolore, la dignità, la pazienza, la compassione dell'umanità offesa.


Perché antifascismo ed anticomunismo non sono la stessa cosa

Sto leggendo Oltre i cento passi (Piemme) di Giovanni Impastato, fratello di Peppino.  Se la figura di Peppino Impastato oggi è nota a tutti, o quasi, lo si deve al bel film di Marco Tullio Giordana: I cento passi, appunto. Ma, come spesso succede, il personaggio del film si è sovrapposto a quello reale fin quasi a farlo scomparire. Peppino Impastato è per tutti il ragazzo che gridava che “la mafia è una montagna di merda” davanti alla casa del mafioso Tano Badalamenti (una scena improbabile, scrive il fratello, perché “gli Impastato consideravano Badalamenti un parvenu”). Giovanni rivendica l’altro Peppino: non il “chierichetto della legalità”, ma il “comunista rivoluzionario”. Una figura certo meno comoda, meno vendibile dopo la fine dei comunismi.
Sul suo profilo Facebook il teologo Vito Mancuso, commentando l’approvazione alla Camera della legge contro la propaganda fascista, ha scritto oggi: “Giusto punire la propaganda fascista. Ma giusto sarebbe punire anche la propaganda comunista, a sua volta nemico mortale della libertà”.  E’ un giudizio diffuso, anche se spesso sulla bocca (o sulle tastiere) di persone meno raffinate di Mancuso (e che non varrebbe la pena di commentare, se non venisse ormai anche da persone come Mancuso). In astratto, il giudizio sembra condivisibile. Non si può negare che il comunismo abbia negato la libertà, ed un bel po’ di altri diritti elementari (compreso quello alla vita), nella maggior parte dei paesi in cui si è realizzato. Ma le questioni non vanno considerate in astratto, bensì nella concretezza della situazione storica.


Dalla protezione umanitaria al foglio di via

Un mendicante che chiedeva l’elemosina davanti ad un supermercato, a Siena, è stato allontanato con foglio di via. Poiché si tratta del destino di un essere umano, e di un essere umano che presumibilmente ha sofferto molto, vorrei provare ad approfondire la faccenda.
“Chiedeva l’elemosina di fronte al supermercato disturbando i clienti con insistenza, poi ha inveito contro la Polizia di Stato intervenuta. Per questo un nigeriano di 22 anni è stato prima sanzionato per accattonaggio e poi denunciato.”
Questi i fatti, in sintesi, così come forniti dalla Questura di Siena.
Il Regolamento comunale vieta all’articolo 35 di “raccogliere l'elemosina con petulanza, esponendo cartelli, ostentando menomazioni fisiche o con l'impiego di minori e/o animali”. Ora, il ragazzo nigeriano non esponeva cartelli, non ostentava menomazioni e non usava né minori né animali. Anche queste condizioni a dire il vero espongono alla libera interpretazione di chi guarda. Per quale ragione una persona sana può chiedere l’elemosina e una persona con menomazione no? Perché è chiaro che è difficile stabilire se la menomazione c’è o è ostentata. Nel caso specifico, l’aspetto decisivo è la petulanza. E qui la faccenda non è meno arbitraria. Chi stabilisce il livello oltre il quale c’è petulanza? Come si dimostra la petulanza? Ho avuto a che fare diverse volte con quel ragazzo. Non è mai stato petulante con me, né con nessuna delle persone che erano con me. Ho sentito molti amici, in questi giorni. Tutti hanno confermato la mia impressione: quella di un ragazzo che nemmeno chiedeva l’elemosina, stava lì ad aspettare che qualcuno desse qualcosa, a volte aiutando a spingere il carrello. Lo stesso atteggiamento di un ragazzo che ho incontrato per più di un mese tutte le mattina andando al lavoro. Era fermo al lato della strada, con un cappello in mano. In rigoroso silenzio. Naturalmente si vedeva bene che aveva bisogno: ma lui non chiedeva, propriamente, l’elemosina.