8 marzo, mercoledì

Per qualche ora ho provato a rientrare in Facebook. Nel giro di pochi minuti sono stato risucchiato in un vortice di imbecillità.
Mi è finita sotto mano la foto di Capitini alla marcia della pace, con il cartello "Unità con tutti per sempre". No, Aldo. Il tuo paradiso è il mio inferno. Alla larga da tutti, per sempre. E piuttosto: unità con il Ciò. तत्त्वमसि.

Intervista a Vice

In seguito al suicidio di un sedicenne, tragica conseguenza di un controllo antidroga, un mio articolo dello scorso anno contro i controlli antidroga a scuola ha ripreso a circolare sui social network fin quasi a diventare virale. Sono stato invitato a parlarne in una nota trasmissione televisiva - invito che ho declinato - ed in qualche trasmissione radiofonica. Ho accettato invece un'intervistra a Vice Italia. Eccola.

Facebook come asocial network

Ho chiuso il mio profilo Facebook e ne ho aperto uno nuovo, con nuove regole. Troppo faticoso sarebbe stato cancellare tutte le amicizie o pseudo-amicizie. Ho preferito ripartire da zero. Il mio nuovo profilo funziona così: i post sono pubblici e chi vuole può seguire gli aggiornamenti, proprio come un blog; nessuno però può chiedermi l'amicizia.
Molto mi ha fatto riflettere, tra l'altro, il comportamento socialmente miserabile di una scrittrice abbastanza nota che ha avuto con me una discussione sul mio profilo. Cosa da ordinaria amministrazione; ma ne è seguito un post sul suo, di profilo, con il quale senza nominarmi riportava le mie affermazioni distorcendole apertamente e sostanzialmente incitando i suoi lettori al linciaggio. Cosa che è puntualmente avvenuta.
Io provengo da una condizione di asocialità completa; vorrei poter dire felice, ma felice non era; e tuttavia ne ero in qualche modo soddisfatto. Ma mi sono imposto di uscirne, e di spingermi anche nella sfera pubblica. Per questo ho aperto, ormai più di quindici anni fa, il mio primo blog, e per questo ho contribuito alle fortune di Zuckerberg. Ma, perdonatemi, davvero non ce la faccio. Il misto di meschinità, di piccineria, di stupidità, di violenza mimetica delle situazioni sociali, e ancor di più delle situazioni sociali virtuali, non lo reggo.
Ho visto che in questi ultimi giorni è diventato virale, come si dice, un mio articolo dello scorso anno sui controlli antidroga a scuola. Su una pagina Facebook ha più di novemila like. Altri siti e pagine riprendono l'articolo senza citare la fonte, tutti dicono che è stato scritto adesso, qualcuno dice che è una lettera, qualcuno dice che sono una professoressa. La7 mi invita a parlarne in una trasmissione che non conosco. Qualcuno mi copre di insulti pubblicamente, qualche altro privatamente, qualcuno mi segnala alle forze dell'ordine e all'ufficio scolastico.
Fate come vi pare. Vivete le vostre passioni, accapigliatevi, fatevi adorare dai vostri seguaci. Ma alla larga da me.

Conviene davvero delegittimare gli insegnanti?

Come pedagogista, mi succede abbastanza spesso di discutere con qualche genitore convinto che lo schiaffo sia uno strumento educativo accettabile o addirittura indispensabile. L'argomento che in diversi paesi del mondo, e non certo tra i meno civili, schiaffeggiare un bambino è un reato, senza che questo divieto provochi disastri educativi, non sembra colpirli particolarmente. Così come non serve a molto osservare che un adulto non può essere preso a schiaffi a scopi educativi o rieducativi nemmeno se ha ucciso dieci persone, mentre un bambino può essere schiaffeggiato anche solo per aver versato una tazza di latte.
Il corpo del bambino in Italia è privo, si direbbe, di quella sacralità che appartiene nella nostra società al corpo umano in generale. A differenza dell'adulto, un bambino può essere toccato, sollevato, spostato, strattonato, picchiato senza che si abbia l'impressione, con questo, di compiere un abuso. Ma le cose non stanno proprio così, e per convincersene è sufficiente considerare qualche caso di cronaca. Buon ultimo, quello riguardante l'Asilo Monumento di Siena.
La retorica della guerra ha disseminato l'Italia di monumenti ai caduti, spesso non proprio sobri. Con più buon senso, anche non con miglior gusto, a Siena si decise di ricordare i caduti della Grande Guerra con un asilo: l'Asilo Monumento, appunto, che con il suo portico austero si affaccia sui giardini della Lizza. Una delle più solide istituzioni educative della città, che negli ultimi giorni si è trovata al centro di un mezzo scandalo di provincia. "Bimbi senza vestiti all'asilo", titolava La Nazione; e Il Giornale: "I bimbi costretti a spogliarsi e spalmarsi di schiuma". E' successo che i bambini sono stati coinvolti in un progetto di esplorazione corporea e sensoriale pienamente in linea con le Indicazioni Nazionali del Ministero, approvato dal Coordinamento pedagogico e condiviso dalle stesse famiglie. Ma questo non basta. Corpo, emozioni, sensi: ce n'è abbastanza per scandalizzare i benpensanti e farne un caso politico. E poco importa che questo significhi mettere alla gogna, insinuando le cose peggiori, dei professionisti che fanno con passione il loro lavoro. "Farabutti, delinquenti e pedofili" li apostrofa nei commenti sul sito del Giornale il signor Mostardellis, mentre il signor gianky53 le definisce "maestre sporcaccione". La pacata riflessione dell'Italia 2.0.
Qualche tempo fa ho scritto sul mio profilo Facebook che il giorno seguente avrei iniziato le mie lezioni in quarta su "Sesso e genere". Mi contattò dopo qualche ora una giornalista: voleva un'intervista. Me ne meravigliai. Cosa c'era da intervistare? Insegno antropologia, sesso e genere è tra gli argomenti di routine. E' un po' come intervistare un docente di italiano sul fatto che spiegherà Petrarca, le dico. Ma non è convinta. C'è polemica su qualche bacheca, dice; e aggiunge: la gente deve sapere. Vedo poi che in effetti è già partito il linciaggio sulla bacheca di un locale politicante leghista, salito tempo fa agli onori della cronaca nazionale per una battuta sessista ai danni di Selvaggia Lucarelli. E gli insulti sono pesanti.
Trovo apprezzabile e rincuorante la reazione del sindaco di Siena, Valentini, che ha scritto: "Non posso permettere che le nostre maestre vengano denigrate e tantomeno che i genitori vengano sbeffeggiati per la loro presunta dabbenaggine o, peggio, per la loro complicità. Ne va di mezzo la credibilità e l’autorevolezza di un intero sistema scolastico, messo in pratica con grande professionalità e passione dai nostri insegnanti e condiviso con le famiglie". E' questo il punto. Si sta delegittimando l'intero sistema scolastico ed educativo. Ma perché accade? Ho detto che molti genitori considerano accettabile lo schiaffo educativo. Non ho trovato, però, un solo genitore che ritenga accettabile il ricorso allo schiaffo da parte degli insegnanti dei figli. Anzi: i genitori che con più vigore difendono il diritto di schiaffeggiare i loro bambini sono spesso quelli più accaniti nell'attaccare gli insegnanti quando hanno l'impressione che abbiano mancato di rispetto ai figli. Naturalmente non c'è molta logica, in questo. Se lo schiaffo è un metodo educativo accettabile o efficace, allora è giusto che lo usino anche i maestri. La contraddizione mette in luce un fenomeno che spiega anche, mi pare, la tentazione irresistibile di diffamare maestri e professori.
Con gli anni il numero di figli che una coppia mette al mondo si è drasticamente ridotto. Ora sono molti i figli unici, e raramente si va oltre i due figli. Questo fenomeno va di pari passo con un mutamento nella percezione del ruolo genitoriale. L'aspetto positivo di questo cambiamento è la maggiore responsabilità e consapevolezza educativa dei genitori. L'aspetto negativo è un senso di possesso esclusivo ed escludente che molti genitori hanno nei confronti dei figli. Un amore unico, che non ammette condivisioni, e che in qualche caso può sfociare nel suo opposto. Il bambino può essere schiaffeggiato dal genitore e non dall'insegnante perché il bambino è cosa del genitore: ha diritti su di lui che non ha l'insegnante. E poca importa che questi diritti si risolvano, dunque, nel diritto di esercitare violenza. Sminuire qualsiasi altra figura educativa è un modo per presentarsi, agli occhi dei bambini, come uniche figure di riferimento. Il genitore del terzo millennio è geloso come il Dio biblico, e non tollera un altro accanto ed oltre sé.
Non è questo il caso dell'Asilo Monumento di Siena, che si è smontato perché i genitori hanno difeso fermamente le maestre. Ma dà da pensare che dei politicanti abbiano montato un caso politico su una cosa del genere. Se lo fanno, è perché sanno che il tema "insegnanti che fanno cose strane ai nostri figli" è di quelli che indignano e mobilitano. E dai quali è possibile aspettarsi un ritorno politico. Ma a quale prezzo?
L'educazione è sempre stata una impresa di tutta la comunità. Se diventa affare della famiglia, se il ruolo educativo della comunità viene sminuito, può accadere di smarrire il vincolo sociale stesso, e di trovarci di fronte ad una pseudo-società che non è che l'aggregato di famiglie autoreferenziali, monadi sociali senza porte né finestre, che si guardano l'un l'altra con sospetto. E' una dinamica sociale che ha già qualche anno e di cui sono avvertibili i primi effetti. Se si chiede ad un quindicenne di oggi quale è il suo valore più importante, è molto probabile che risponda che è la famiglia. Una cosa che non sarebbe mai venuta in mente ad un quindicenne degli anni Ottanta. Si dirà: non è una cosa negativa. Certo. Ma se si approfondisce viene fuori dell'altro. Viene fuori che la famiglia è percepita come un ambiente rassicurante e protettivo apertamente contrapposto al mondo di fuori, infido e pericoloso. La società stessa fa paura, e la famiglia è un nido nel quale cercare conforto. La crisi di progettualità politica degli adolescenti e dei giovani, uno dei tratti più facilmente constatabili nella generazione dei Millennials, è una conseguenza di questa chiusura. Si può agire sulla società solo insieme ad altri, ma per agire insieme ad altri bisogna avere fiducia, essere positivamente aperti agli altri, esser mossi dalla convinzione ottimistica che sia possibile cercare insieme ciò che è bene e ciò che è giusto. Ma questo è sempre più difficile per ragazzi che crescono in una società nella quale le figure e le istituzioni che erano un punto di riferimento tradizionale sono in crisi (una crisi in alcuni casi vistosa: si pensi al mondo politico ed alla Chiesa), e gli adulti che si occupano della loro educazione sembrano impegnati a delegittimarsi a vicenda.
C'è, a dire il vero, un'eccezione. Si può agire politicamente (nel senso di occupare la sfera pubblica: ma la politica è altra cosa) senza fiducia se a spingere verso l'azione è l'odio, l'indignazione cieca e sciocca, l'agitazione populistica. Ed è probabilmente per questo che i politicanti non si fanno scrupolo di delegittimare chi ogni giorno cerca di far accadere quella cosa delicata e difficile che è l'educazione.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali, 4 febbraio 2017.

L'incarnazione del divino in Giuliano Ferrara

"Di persona che, per aver compiuto azioni particolarmente turpi e spregevoli, si è resa indegna della pubblica stima", dice il vocabolario Treccani alla voce infame. E aggiunge: "Nell’uso corrente, con senso più generico, di chiunque si sia macchiato di gravi colpe contro la legge, la morale, la religione". Adopera esattamente questo aggettivo, infame, Giuliano Ferrara, per parlare di nonviolenza sul Foglio di oggi. Storia della nonviolenza infame, titola.
Proviamo a seguire il suo ragionamento. Partendo però dalla fine.
Dice, Ferrara, che esiste "un modo di vita sempre meno popolare, sempre più un discussione, ma privo di serie alternative per generazioni a venire". Sta parlando, evidentemente, di quel modo di vita che consente a lui di scrivere un articolo e a me di scrivere una replica usando il pc e la connessione ad Internet, in una stanza riscaldata che ci tiene a riparo dai rigori dell'inverno, dopo aver mangiato in modo più che soddisfacente. E' in effetti un modo di vita meraviglioso. Il problema non è, come dice Ferrara, che il nostro modo di vita è sempre meno popolare. Il problema è che è sempre più popolare. Il problema è che sempre più persone si chiedono per quale ragione non possono vivere come viviamo io, Giuliano Ferrara e qualche altro milione di persone. Ora, il nostro modo di vivere ha un limite imbarazzante: è esclusivo ed escludente. Noi possiamo vivere in questo modo, ma non tutti possono vivere in questo modo. Non possono vivere in questo modo sei miliardi di esseri umani, e ciò per due ragioni: la prima è che non ci sono risorse energetiche, alimentari, materiali per assicurare questo stile di vita a tutta l'umanità, la seconda è che il pianeta stesso non reggerebbe l'impatto di sei miliardi di persone che consumano ed inquinano al ritmo dei paesi più evoluti.
Per assicurarci questo modo di vivere non abbiamo che una possibilità: assicurarci le materie prime e l'energia, anche umana, di cui abbiamo bisogno a basso costo. Non c'è alternativa. Ma questo ha significato, e significa, portare la guerra ovunque nel mondo per difendere i nostri interessi economici. Ognuno di noi ha un innato senso di giustizia, che si fonda sulla percezione dell'uguaglianza di ogni essere umano. Io vivo la mia vita comoda, sento che tutti hanno lo stesso diritto, ma al tempo stesso so che questo è impossibile, che io posso vivere così solo se loro non vivono così. Non mi restano che due possibilità. Posso rinunciare al mio modo di vivere, rendendomi conto che è bellissimo, ma fondato sull'ingiustizia e la violenza, oppure posso spingere fuori dal campo dell'umano chi contesta il mio modo di vivere. In questo secondo caso posso sentirmi giusto, perché essere giusti è riconoscere gli eguali diritti di chi è umano, non di chi umano non è. E veniamo al secondo passaggio del ragionamento di Ferrara. C'è il nostro meraviglioso modo di vivere, che rappresenta la civiltà, la libertà, il libero pensiero, che però è assediato dalle "avanguardie assassine" del mondo musulmano. Non ci sono esseri umani di qui ed esseri umani di là. Ci sono di qui i liberi pensatori e di là i fanatici assassini; di qui gli umani e di là i non umani. Gli stati sono tentati dall'universalismo, ma essi, dice Ferrara rispolverando Schmitt, "sono entità particolari, elementi in campo nel conflitto tra amici e nemico, titolari del diritto e del dovere di imporre la pace laica che non c'è". Ferrara compie un'operazione senza la quale la civiltà occidentale non esisterebbe: la costruzione del nemico con la conseguente disumanizzazione. L'Europa è da sempre il continente assediato dalla barbarie, e la barbarie è il mondo dei subumani, degli incivili, dei nemici contro i quali tutto è lecito.
Ed ecco il terzo passaggio. Contro questi barbari non è possibile usare il"diritto ordinario", ma occorre "esercitare, prima che il vuoto sia interamente colmato da egemonismi cinici di potenze disinteressate alla libertà, il diritto di iniziativa armata e senza limiti". Avete letto bene: ha scritto proprio "iniziativa armata senza limiti". Che vuol dire: ammazzare alla grande, senza alcun limite non solo morale, ma anche giuridico. Sterminare il nemico. E no, non è un discorso cinico, questo; altri sono gli egemonismi cinici. Ferrara sta nel mondo del libero pensiero, e nel mondo del libero pensiero non esiste il cinismo. Esiste la giusta durezza, l'indignazione dell'onesto, lo sterminio come diritto, anzi come dovere.
L'ultimo punto - il primo per chi legge l'articolo dall'inizio - riguarda il papa e il suo elogio della nonviolenza. Fino a quando, si chiede il nostro nuovo Cicerone, "potrà abusare della nostra pazienza negando contro ogni evidenza la realtà e privandoci del sostegno della pax Christi, fatta altrettanto della passione della croce e dell'incarnazione del divino nella storia degli uomini?". Non mi pare che la pazienza sia tra le virtù di Ferrara; in ogni caso dev'essersi già esaurita, in effetti, se concludendo l'articolo parla delle "scorrerie fantastiche di un pazzo intonacato".
Con ogni evidenza un articolo del genere non merita il tempo che sto impiegando per commentarlo. Ferrara dice della bestialità prive di qualsiasi logica, e chiunque abbia un po' di cervello e una contezza meno che vaga di cos'è una democrazia lo vede bene da sé. Ma va commentato per il suo valore esemplare; perché rappresenta, nella sua bestialità, un tipo di discorso pubblico che nel nostro paese, che tra i paesi democratici si distingue per la pessima qualità dell'informazione e del dibattito pubblico, ha un suo seguito. Si tratta, in sostanza, di adoperare il trentasettesimo degli stratagemmi illustrati da Schopenhauer ne L'arte di ottenere ragione: "Sconcertare, sbigottire l'avversario con sproloqui privi di senso", dal momento che, come diceva Goethe, "L'uomo crede abitualmente, anche se solo parole sente, che vi si debba poter trovare pur qualcosa da pensare". La cosa funziona se la spari grossa; e più grossa la spari, meglio funziona. Parla di "pace laica", ma lamenta la mancata benedizione del papa, ossia del leader di una confessione religiosa. Ma non bisogna fare troppa attenzione ai dettagli ed agli aggettivi, quando si leggono articoli del genere. Va bene anche "nonviolenza infame": funziona, e nessuno ci chiederà perché e percome. Dovrebbe provare a parlare di cose come il valore della vita umana, ma noi gli sbraiteremo contro la storia dell'anima bella: e amen.
Ferrara scrive sotto la spinta dell'indignazione, con l'ira del giusto. Fosse stato un intervento dal vivo, avremmo visto la saliva uscire dalla bocca urlante. Sente sulle sue spalle - ben robuste, sì, ma pur sempre di un essere umano si tratta: cioè di una creatura fragile - il peso del destino della civiltà occidentale; tocca a lui, in questi tempi tristi, in cui anche i papi abdicano al loro ruolo di guida della cristianità, farsi antipapa e indicare la via del bene. E' compito storico e finanche religioso, ché si tratta della "incarnazione del divino nella storia degli uomini". E il divino, si sa, quando agisce non va troppo per il sottile. Che è, poi, esattamente la cosa che pensano quegli infelici che ammazzano e si fanno saltare in aria gridando Allahu akbar.

Victory

Qualche mese fa quelli di una famosa agenda mi hanno chiesto di scrivere un articolo su Foggia – la città in cui sono nato e da cui sono andato via da qualche anno – per la loro rivista. Volevano una sorta di guida, ma viva: ed appassionata. Restammo d’accordo che ci saremmo risentiti, ma come spesso accade non ci siamo risentiti. Ed è un peccato, perché mi sarebbe piaciuto scriverlo, quell’articolo. Soprattutto in questi giorni prenatalizi. Mi sarebbe piaciuto, davvero, parlare del meraviglioso albero, pieni di luci, messo davanti alla villa comunale, per comunicare la gioia del Natale e fare comunità. Avrei detto della pista di pattinaggio, una bella novità di quest’anno, che lascia perplesso qualcuno: non è che con l’insolito caldo di questo dicembre il ghiaccio finirà per sciogliersi? Avrei detto del nuovo meraviglioso mega-centro commerciale, che ha avuto un leggero inciampo – autorizzazioni che mancano, cose così: robetta burocratica – ma che riaprirà senza alcun dubbio, e porterà lavoro a centinaia di foggiani, e tanti nuovi negozi colorati a rendere più piacevoli le vite dei foggiani. Avrei detto dell’isola pedonale piena di gente, dello struscio serale, trepido e appassionato, di una comunità che si riversa in strada per appropriarsi della città. Avrei detto. Provate a dirlo sotto Natale, che Foggia è una città brutta, anzi la più brutta città d’Italia, come disse quello scrittore famoso. E provate a parlare di statistiche, di qualità della vita: eccetera. 
Questo avrei scritto. 
Poi, avrei parlato di Victory Uwangue. Ha ventitré anni, Victory. Dovrei dire aveva, perché Victory è morta, ma dico che li ha perché Victory è qui, accanto a me, mentre scrivo. Victory è nigeriana, e lo si capirebbe dal nome, se non lo sapessimo. Quasi tutti i nigeriani che ho conosciuto avevano questi nomi: Victory, Destiny, Goodluck. Nomi di gente che vuole crederci. Tutti i nigeriani che ho conosciuto avevano storie terribili da raccontare. La storia di Victory finisce a Foggia, anzi a Borgo Mezzanone. Ufficialmente questo borgo, creato dal fascismo per attuare la sua politica dei borghi rurali, fa parte del territorio di Manfredonia, anche se dista solo quindici chilometri da Foggia. Qui Victory vive in un ghetto, in uno dei ghetti nei quali vivono – languono, lottano, soffrono – i lavoratori-schiavi che vengono a lavorare nei campi del Foggiano. 
Qui Victory sabato scorso è stata uccisa. Il suo cadavere, nudo, è stato dato alle fiamme, ma molto più probabilmente è stata bruciata viva. La foto del suo corpo nudo e semi-carbonizzato gira in rete. L’ho trovata in un blog nigeriano, ma si trova facilmente anche sui siti italiani. Nel blog nigeriano trovo tra i commenti: “They must investigate that matter. That’s if the lady is not a prostitute”. I commenti dei foggiani non sono pervenuti. I siti di informazione locale hanno dato la notizia, che però non interessa granché. Sui social è silenzio. Gli amici, per lo più gente di sinistra, discutono animatamente del nuovo governo Gentiloni e soprattutto del nuovo ministro dell’istruzione che mente sul suo titolo di studio. Sempre al ghetto di Borgo Mezzanone, e sempre la scorsa settimana, è morto bruciato un altro ragazzo di vent’anni, Ivan Miecoganuchev. La stufa ha dato fuoco alla sua capanna fatta di legno e cartone. Sono cose che succedono. Si sa, del resto, che questi stranieri fanno cose strane e terribilmente pericolose. Come quella romena – Claudia Ioana Pop, si chiamava – che quasi dieci anni fa, nel 2007, morì nel tentativo di lavarsi in una vasca per l’irrigazione, quelle cose simili a piscine che si trasformano in trappole mortali per le pareti lisce e ripide. Aveva ventisette anni e un figlio di quattro. Ricordo il suo nome perché avevo provato ad immaginarmela viva, proprio come sto facendo ora con Victory, il cui nome ricorderò tra dieci anni, e con Ivan. 
Claudia Ioana, Victory, Ivan. Tre nomi per decine di vittime senza nome, donne uccise e abbandonate ai bordi della strada, lavoratori investiti mentre cercavano di raggiungere i campi in bicicletta, uomini e donne morti sul lavoro, ragazzi morti nell’incendio delle loro capanne. Abbiamo perso, Victory. Hai perso tu, ha perso chi ti ha ucciso, ha perso chi guarda dall’altra parte. Ho perso io, che scrivo di te, e che non ho saputo fare nulla di meglio che andarmene.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 15 dicembre 2016.

Breve storia della Cucina di Stato

Pare che tutto sia cominciato con le riflessioni di Comistocle, gran filosofo di corte ai tempi del re Pekkar, della settima dinastia. Riflettendo sulla natura umana, Comistocle era giunto alla conclusione che per diventare pienamente uomini e donne, in buona salute e felici, è indispensabile mangiare bene. Aveva osservato non pochi bambini che, per colpa di una alimentazione errata, avevano sviluppato diverse deformità, mancanze intellettive, turbe caratteriali. Consultandosi con i medici di corte, era giunto ad elaborare la dieta perfetta o quasi, quella che avrebbe consentito a chiunque di sviluppare il proprio corpo e la propria mente nel modo migliore. Per una strana coincidenza, questa dieta corrispondeva quasi del tutto con la dieta della stessa corte; o, per meglio dire, con ciò che mangiava lo stesso Comistocle. Ma era una dieta diversissima dalla dieta della maggior parte della gente. Comistocle convinse dunque il re Pekkar che sarebbe stato un crimine consentire ai sudditi di continuare a mangiare i loro cibi scadenti, compromettendo non solo la loro salute, ma anche e soprattutto quella dei loro figli. Chiese dunque, ed ottenne, un decreto del re con il quale si stabiliva che da quel momento la dieta dei sudditi sarebbe diventata faccenda dello Stato. Tutti avrebbero potuto mangiare gratis alle mense del re. Anzi: tutti avrebbero dovuto farlo. E avrebbero mangiato, nelle mense del re, gli stessi cibi di Comistocle.
La cosa a Comistocle ed al re ed a tutta la corte pareva un gran bell'atto di finaltropia. Un gesto generoso che i posteri avrebbero ricordato con gratitudine. Ma accadde una cosa non prevista. Per quanto gratuite, le mense reali venivano disertate. Ai sudditi non piaceva il cibo di Comistocle, benché fosse infinitamente migliore di quello delle loro povere mense. Preferivano nutrirsi di castagne e pane nero. Presto fu necessario un nuovo bando per ribadire che mangiare alle mense pubbliche era un preciso dovere dei sudditi. Nemmeno questo bastò. Le mense si riempirono solo quando il re si decise a ricorrere all'esercito. Famiglie intere venivano prelevate e portate di forza alle mense. Le quali avevano, ormai, le grate alle finestre, e le porte erano sbarrate. Fino a quando era tempo di mangiare, nessuno poteva uscire.
Anche così, i sudditi continuarono a protestare. Molti si rifiutavano di mangiare, molti altri vomitavano subito dopo aver mangiato. Particolarmente penosa era la situazione dei cuochi reali che, dopo aver studiato per anni la cucina più raffinata, si sentivano ora terribilmente umiliati. I cibi preparati con tanta passione, tanta competenza, tanto studio, erano rifiutati come se fossero stati velenosi. Perché i sudditi li assaggiassero, occorreva ricorrere alla minaccia.
Una situazione così penosa si protrasse per secoli e secoli. Stranamente, i sudditi non si adeguarono mai alla dieta di Comistocle. Continuarono a sognare le loro castagne col pane nero, assaggiando qualcosa nella mensa reale solo sotto minaccia, e il più delle volte risputandolo via. I cuochi cominciarono presto a far porzioni più piccole, per disturbare il meno possibile, e fingevano di non vedere quando qualche suddito, invece di ingoiare, buttava in qualche sacca il cibo così amorevolmente offerto. Gli uni e gli altri erano scontenti, e le mense furono per secoli tra i posti più infelici del regno. Eppure i re, uno dopo l'altro, continuarono a considerare la mensa reale indispensabile, irrinunciabile, meritoria. Il ragionamento di Comistocle era solido, capace di resistere ad ogni smentita dell'esperienza.
Fu verso la nona dinastia che accadde qualcosa. Venne fuori un cuoco popolare, un tipo strano che cucinava castagne col pane, ma in modo più raffinato, e si mise a contestare apertamente la mensa reale. Scrisse un libro intitolato Lettera a un Cuoco di Stato in cui sosteneva che non è affatto vero che la dieta comistoclea è migliore, che anche la dieta dei sudditi, caparbiamente mantenuta nei secoli nonostante l'opposizione dei governanti, aveva le sue virtù, e che i sudditi si sarebbero sentiti estranei, quasi prigionieri nelle mense di Stato - che continuavano ad avere le grate alle finestre - se alla dieta comistoclea non fosse stata aggiunta almeno qualche castagna e qualche fetta di pane nero. Altre voci si aggiunsero alle sue. Un tale si spinse fino ad affermare che meglio sarebbe stato chiudere senz'altro le mense statali, visto che nessuno vi mangiava nulla. La reazione comune fu di sdegno. Nessuno poteva considerare seriamente la proposta di cancellare una istituzione così benefica.
Ma il disagio dei sudditi, dopo secoli di cucina di Stato, era oggettivo: e crescente. Che fare? Ci si accordò tacitamente di diminuire ancora le porzioni. Oggi, dodicesima dinastia, la mensa di Stato continua ad essere una istituzione centrale nella politica dei successori di Pekkar, ed il successori di Comistocle continuano a sostenere la solidità delle ragioni del loro illustre antenato. Ma i sudditi non mangiano, e se non fosse per quel po' di pane e castagne che riescono a buttare giù di nascosto appena usciti dalla mensa, si direbbe che siano a rischio di morire di fame. Io che scrivo queste righe, alla periferia del Regno, mi chiedo come mai ciò accada. Sommessamente, avanzo una mia ipotesi, e la affido a questa pagina nella speranza che, quando la leggerete, sarà al di là del confine. Ecco, sospetto che non si tratti in realtà di dieta, che la salute dei sudditi c'entri poco. Sospetto che da secoli la gente venga chiusa a mangiare la dieta comistoclea in mense con le sbarre alla finestra perché è così che si impara cos'è il potere.
Ora che ve l'ho detto, è bene che vada. In fretta.
Valete.

La scuola capovolta

Il mio articolo sui poteri dei presidi contiene un cenno critico alla flipped classroom che non è piaciuto ai sostenitori della metodologia: sono stato perfino espulso dal gruppo Facebook Docenti Virtuali. Cosa che, se non mi toglierà il sonno, un po' mi sorprende, sia perché mi figuro dei docenti come persone aperte al confronto, sia perché la mia critica non riguarda la metodologia in sé, ma la sua deriva.
Per flipped classroom si intende una metodologia didattica che capovolge, letteralmente, il modo tradizionale di fare scuola. Nella scuola tradizionale al mattino il docente insegna, impiegando per lo più la metodologia della lezione frontale - che ha limiti che ormai sono evidenti a tutti, o quasi - ed al pomeriggio lo studente fa il lavoro a casa: i compiti, ossia lo svolgimento di esercizi o lo studio del libro di testo. L'assegnazione di compiti a casa è molto discussa soprattutto nella scuola primaria. Come osserva Maurizio Parodi, pedagogista che ha avviato una campagna per l'abolizione dei compiti, il bambino si ritrova da solo proprio nel momento decisivo, quello nel quale deve consolidare ed applicare - cioè rendere concrete - le conoscenze acquisite. Per questo per molti bambini il momento dei compiti si risolve in una esperienza frustrante: e l'associazione dello studio con sensazioni spiacevoli può avere conseguenze non lievi sulla futura esperienza scolastica. A dire il vero il bambino non è del tutto solo: c'è sempre la mamma o qualche altro familiare ad aiutarlo. E qui c'è un'altra perplessità. A far la differenza, alla fine, è il tipo di assistenza che il bambino può avere a casa. Un bambino con una madre laureata avrà molte più possibilità di successo scolastico di un bambino proveniente da una famiglia non in grado di seguirlo adeguatamente nei compiti. E che dire, poi, di un professionista, l'insegnante, che chiede ai genitori di completare il lavoro da lui iniziato?
Con la classe capovolta lo studente non ha più compiti a casa: quello che prima faceva a casa lo fa ora a scuola. E cosa fa a casa? Segue le lezioni. Ed è qui che si appuntava la mia critica. Perché le lezioni saranno seguite, naturalmente, davanti al un computer o a uno smartphone, e consisteranno in video nei quali il docente illustra l'argomento di studio o in altri video didattici trovati in rete. Occorre precisare che il ricorso a videolezioni non è indispensabile né caratterizza la metodologia, perché a casa lo studente può anche studiare il manuale, ma di fatto la proposta di materiali video o comunque multimediali caratterizza fortemente la metodologia. Cosa c'è che non va? La mia obiezione non riguarda la perdita di contatto umano, lo smarrimento della relazione interpersonale, poiché c'è il momento successivo in classe, nel quale si spera che si recuperi in termini di relazione quello che s'è perso al pomeriggio. A lasciarmi perplesso è la riduzione, forse non inevitabile ma effettiva, del discorso culturale, affinché rientri in un video. Tutto viene semplificato, ridotto, schematizzato. Guardando i video didattici che i docenti capovolti si scambiano, ho l'impressione che si tratti di materiale che suppone in chi lo guarderà una capacità di attenzione molto labile, per non dire peggio.
Nel gruppo Facebook La Classe Capovolta, il più importante gruppo di incontro dei docenti che praticano la metodologia, una docente segnala il sito Ovo. " Qui si trova materiale utile per italiano, storia, arte, musica, ecc." Seguono ringraziamenti. Una docente scrive: "Io lo conoscevo ed è molto utile.......linguaggio semplice, associa video e relativo testo..." (sic). Ed un'altra: "Grazie mille molto interessante i video sono semplici e molto d'impatto". Semplicità ed impatto.
A chi ha buona memoria questo Ovo dirà qualcosa. Si tratta di un progetto che ha una decina di anni. Fu avviato nel 2007, dietro c'erano Trefinance, una società controllata dalla Fininvest di Silvio Berlusconi, e Nova Fronda di Antonio Meneghetti, ex frate fondatore dell'ontopsicologia, un personaggio con pose da santone di cui la magistratura si è occupata più volte. Il progetto fece scalpore, ai tempi, perché in quei video di pochi minuti sembrava prendere forma un progetto ben preciso: quello di riscrivere la storia ad uso e consumo delle nuove generazioni. Del resto, Marcello Dell'Utri lo aveva detto con chiarezza: "I libri di storia, ancora oggi condizionati dalla retorica della resistenza, saranno revisionati, se dovessimo vincere le elezioni. Questo è un tema del quale ci occuperemo con particolare attenzione". Ma l'incontro tra Berlusconi e Meneghetti (scomparso nel 2013) non era solo all'insegna del revisionismo storico. Meneghetti aveva la fissa dei leader, degli esseri superiori che riescono a far prevalere la loro volontà. E l'idolatria della leadership è uno dei punti cardine dell'ideologia berlusconiana. Nel caso di Ovo, tuttavia, più che di formare una nuova generazione di leader, si trattava di contrastare quell'egemonia culturale della sinistra che tanto infastidiva Dell'Utri, e di farlo con la consapevolezza dei cambiamenti culturali e tecnologici in atto. Se la sinistra ha il controllo delle case editrici, la destra userà il web, i computer, i telefonini. E la comunicazione rapida, essenziale, efficace. Mettendo a frutto anni di esperienza televisiva e pubblicitaria.
A distanza di dieci anni, le pillole di Ovo diventano strumenti didattici all'avanguardia. Pier Cesare Rivoltella, docente alla Cattolica di Milano che è tra i principali riferimenti italiani dei docenti capovolti, riprende il concetto di microlearning, che spiega come segue: "Se io ho il mio cellulare e ascolto il podcast di una lezione universitaria sul tram, è evidente che quella lezione non potrà durare venti minuti, venticinque minuti, trenta minuti. Ma neanche dieci". Cinque minuti di lezione, da ascoltare sul tram. Come uno spot pubblicitario: nulla più.
Resta da chiedersi perché seguire una lezione universitaria in tram. Non ho l'ideologia dello studio faticoso, che richiede disciplina e sofferenza. Sono persuaso che sia compito di chi insegna rendere l'apprendimento quanto più possibile una esperienza positiva, perfino gioiosa. Ma resta una esperienza che ha bisogno dei suoi tempi e dei suoi spazi: come tutte le cose importanti. Non si studia tra la lettura di un sms e la fermata del tram. Si studia prendendosi il tempo necessario e concentrandosi. Si studia, soprattutto, andando a fondo nelle cose. Le dosi omeopatiche di cultura generano solo una ignoranza piena di presunzione. Il rischio è quello di una scuola che, nel tentativo disperato di inseguire la società, smarrisce quello che è il suo compito: educare al pensiero rigoroso, all'approfondimento dei problemi, all'analisi attenta, alla concentrazione, che è una questione esistenziale e non solo metodologica. Intelligenza è guardare dentro. Se si resta alla superficie, si educa alla stupidità.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 3 settembre 2016.

I nuovi poteri dei presidi, la nuova impotenza dei docenti

G. ha ottenuto una cattedra grazie alla chiamata diretta, con esame del curriculum. Non conosceva né il preside né la scuola. E dunque questa cosa della chiamata diretta non dev'essere così terribile, conclude sul suo profilo Facebook.
G. è giovane, colta, brillante. Le piace insegnare, ed ai suoi studenti piace il suo modo di insegnare. E verrebbe dunque da darle ragione: questa cosa no, non dev'essere così terribile. Ma c'è un particolare della faccenda che mi impedisce di partecipare al suo ottimismo. Il suo incarico, quello che ha ottenuto grazie al suo curriculum, è triennale. Tre anni di insegnamento: e poi? Poi dipende da te, certo. Può essere che quella scuola non ti piaccia, che tu voglia cambiare città o semplicemente scuola. Ma dipende soprattutto dal preside. E' il preside che dopo tre anni decide se è il caso che tu rimanga in quella scuola o debba cercarti un altro posto per insegnare.
Non è difficile immaginare le implicazioni di questo sistema. Abbiamo una nuova classe di docenti la cui sorte dipende interamente dai presidi. Sono assunti direttamente dal preside e il preside stesso può mandarli via se non piacciono più. Che ne sarà della loro libertà, della loro indipendenza, del loro spirito critico? Le cronache scolastiche degli ultimi tempi ci hanno consegnato l'aggettivo contrastivo, associato ai docenti. L'aggettivo, guarda caso, è balzato fuori da una slide di un corso della Associazione Nazionale dei Presidi. Il contesto era: "mano libera nei confronti dei docenti contrastivi". Uno dei nuovi poteri dei presidi garantiti dalla riforma. Chi sono i docenti contastivi? Quelli che si oppongono. Quelli che hanno un'idea di scuola diversa rispetto a quella del loro preside, o che magari hanno qualche perplessità riguardo al modo in cui vengono spesi i soldi. Certo, non manca qualche docente contrastivo per temperamento e vocazione, ma nel complesso per la scuola italiana che ci siano docenti contrastivi è più un bene che un male. Vuol dire che le procedure vengono sottoposte a verifica, che c'è dibattito, confronto, dialettica. Vuol dire che c'è democrazia.
Ora, nei confronti dei docenti contrastivi la mano non è libera: è liberissima. Il docente contrastivo poteva trovarsi emarginato, più o meno mobbizzato, ma nessuno poteva davvero impedirgli di parlare e di mettere a verbale le sue dichiarazioni. Aveva tutte le garanzie della legge. Adesso quelle garanzie restano, formalmente. Ma mentre sempre più si riduce l'ambito di competenza del Collegio dei docenti, ossia l'organo che gestisce democraticamente la scuola (un solo esempio: l'animatore digitale e i membri del team per l'innovazione sono stati scelti direttamente dai presidi), la sorte professionale dei nuovi docenti è legata a doppio filo alla volontà dei presidi. Ogni contrastività, ogni opposizione alla politica del preside costerà non solo l'emarginazione e la mobbizzazione, più o meno pesante. Costerà la cattedra su quella scuola. I presidi potranno contare su Collegi dei docenti sempre più perfettamente allineati, almeno su quelle poche cose di sua competenza (per il resto, farà da solo). Se allarghiamo lo sguardo, questo dirigente statale le cui dimensioni sembrano essere cresciute a dismisura, torna a farsi piccino: perché non è, a sua volta, che una pedina, uno strumento nelle mani di un potere più grande. Dare potere ai presidi è un modo, per il Ministero, per controllare la scuola. Se controlli un preside che controlla la scuola, hai controllato la scuola. I poteri che il governo dà ai presidi sono poteri che dà a sé stesso. Nella politica di allineamento, che si sta chiaramente delineando, il preside non è che un esecutore, cui si chiede di adeguarsi alle politiche dall'alto e rendersi garante della loro applicazione.
La professione dell'insegnante sta cambiando in modo talmente rapido da lasciare sconvolti. Tra i nuovi poteri dati ai presidi c'è anche questo: di decidere in quale direzione deve andare la professione docente. Dimenticatevi la libertà di insegnamento. Ora il modo di insegnare sarà deciso da questo nuovo, singolare mercato. Saranno i presidi a decidere quali competenze sono importanti. C'è il preside che chiede che i candidati si presentino con un video a figura intera; e si commenta con malizia: vorrà vedere se il candidato, o più probabilmente la candidata, ha belle gambe. Sfugge la cosa più grave: quel preside ha deciso che saper stare davanti ad un video è una competenza-chiave, e in base a quella sua convinzione - discutibilissima - deciderà chi assumere e chi no. E' una dei profili di maggior successo, e bisogna ammettere che qui il ministero c'entra poco. Molto si deve alla cosiddetta flipped classroom, che si è diffusa dal basso, e che ha trasformato il modo di intendere la professione docente. Basta lezioni frontali: e questo va benissimo, sono decenni che lo dice tutta la pedagogia più avvertita. Ma cosa mettiamo al posto delle lezioni? Ed è qui che la metodologia, che può avere applicazioni interessantissime, spesso scade in qualcosa che rischia di essere perfino peggio della lezione frontale. Agli studenti, impegnati al pomeriggio secondo la logica capovolta, i docenti propongono video da guardare comodamente a casa. Video che sono di due tipi: o prodotti dal docente stesso, o trovati in rete. Il docente dunque diventa un produttore di video didattici o una sorta di deejay didattico, che mixa e propone video prodotti da altri. E non è detto che questo secondo caso sia peggiore, perché per quanto sappia usare gli strumenti informatici, sia telegenico ed abbia una bella voce, un docente difficilmente supererà i professionisti della divulgazione televisiva. Il docente videogenico, produttore di materiali didattici informatici, è uno dei profili vincenti. Si integra alla perfezione nel Piano Nazionale Scuola Digitale, che è come dire l'autostrada della scuola renziana. Un altro profilo di buon successo è il docente bilingue: servirà per il CLIL, ossia l'insegnamento di una disciplina in una lingua straniera; non proprio un'autostrada, ma una strada rispettabile e redditizia. La sua competenza naturalmente dovrà essere adeguatamente certificata, perché nell'epoca della selezione tramite curriculum conta solo quello che puoi certificare. La corsa alle certificazioni è già iniziata, ed apre un mercato significativo, alimentato anche dal bonus di cinquecento euro per la formazione dei docenti.
Quale spazio resterà per la sperimentazione di una scuola dal basso, diversa da quella proposta/imposta dal ministero? Che ne sarà della libertà di insegnamento? Che ne sarà dello studio intenso, profondo, rigoroso di un testo, in una scuola che va verso la divertente divulgazione audiovisiva? Che ne sarà della scuola come palestra di critica sociale? Che ne sarà della democrazia, delle scelte condivise, della collegialità? Si dirà che è da tempo che la democrazia scolastica è in crisi. E' vero. I collegi dei docenti sono, in molte scuole, penosi happening e psicodrammi nei quali si approva qualsiasi cosa pur di andarsene a casa e farla finita. Quanto alle assemblee degli studenti, in molte scuole (la maggior parte di quelle cui ho insegnato) semplicemente non si tengono: si va a casa, se va bene i rappresentanti restano per una mezz'ora a chiacchierare tra di loro. Ma quando c'è poca democrazia, o la democrazia funziona poco, bisogna chiedersi come fare affinché ci sia e funzioni. Non togliere anche quel poco di democrazia che c'è.
Si assiste con impotenza a questo nuovo scenario. La scuola che abbiamo frequentato come studenti non c'è più. La scuola nella quale abbiamo insegnato per anni non c'è più. E questa potrebbe essere una buona notizia, perché la scuola che abbiamo frequentato come studenti aveva molti mali, tutt'altro che lievi, e questi mali sono rimasti nella scuola in cui si siamo trovati a lavorare come docenti. Ma lo scenario della nuova scuola che si sta delineando suscita preoccupazione. L'impressione è che stiamo assistendo al passaggio dall'istruzione all'intrattenimento di massa.

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali il 31 agosto 2016.

25 agosto, giovedì

Siedo sul balcone. Davanti ho la valle, di là dalla valle il paese. Quasi tutte le case sono spente, qualcuna ancora s'aggrappa all'ultima luce. Non un solo cane abbaia, nulla parla. Dietro le case il cielo. Due stelle verticali, una rosseggia, l'altra è fredda. Altre stelle sparse a caso. Respirano, ansimano.
Mentre la cagna che vive con noi raspava nei cespugli, prima, ho pensato a me vecchio. Alla vita che ti fa man mano più solo, più sopravvissuto. E poi uccide anche te.
Guardo le stelle  con il peso di questa condanna: della solitudine, della morte. Sento la mano fredda della notte che mi attraversa da parte a parte, e so che vivere è lasciarsi abitare dal nulla. 
Quando anche questa casa non sarà più, avrò dentro questo balcone sul cielo, sulle stelle, sul nulla.  

Le donne viennesi e il burkini

Se volessimo individuare il momento - il tempo e il luogo - più alto della civiltà europea contemporanea, pochi luoghi potrebbero sembrare più adatti della Vienna dell'inizio del secolo scorso. E' il tempo e il luogo della psicoanalisi di Sigmund Freud, della grande musica di Brahms, Mahler, Schoenberg, della grande scrittura di Hofmannstahl e Kraus, della grande pittura di Klimt e della Secessione viennese. Una civiltà raffinatissima, razionale, ottimistica. Una civiltà che come poche altre, nella storia, tiene in conto il teatro, la scrittura, l'arte, la musica.
Ora, leggiamo nell'autobiografia di Stefan Zweig, uno dei grandi figli di quella civiltà, questo passo che riguarda le donne viennesi di quegli anni:

Che le ragazze anche nella più calda estate giocassero al tennis con abiti corti o peggio a braccia nude, sarebbe stato considerato scandaloso, e se una signora ben educata incrociava i piedi in società, ne erano offesi i buoni costumi, perché avrebbero potuto apparire sotto l'orlo della veste i suoi malleoli. Persino agli elementi naturali, al sole, all'acqua e all'aria, non era lecito sfiorare la pelle nuda delle donne. Esse nuotavano a fatica con pesanti costumi, coperte dal collo al tallone, e nei collegi e nei conventi le ragazze, perché dimenticassero di avere un corpo, dovevano persino fare il bagno in lunghi camici bianchi. Non è leggenda né esagerazione che morissero allora in tarda età donne del cui corpo, all'infuori del marito, dell'ostetrico e di chi ne lavava la salma, non erano mai stati veduti neppure le spalle o i ginocchi. (S. Zweig, Il mondo di ieri, Mondadori, Milano 1954)

Prima di giudicare la civiltà altrui dagli abiti indossati dalle donne, sarebbe cosa buona ricordare che era questa la condizione femminile in uno dei momenti più alti della cultura e civiltà europea. Non per rivendicare quella condizione, ma per riflettere sul fatto che, per quanto la cosa possa sembrarci strana, in alcuni contesti sociali e culturali uomini e donne - anche colti, razionali, evoluti  - possono trovare assolutamente normale che una donna faccia il bagno interamente coperta. E quando smettono di considerarlo normale, non è spesso perché la cultura ha aperto loro la mente, ma perché i cambiamenti economici hanno travolto le vecchie forme di vita.

La dimostrazione dell'esistenza di Dio


Guarda questa pietra. Ad essere precisi, dovrei dire pietruzza. Sassolino, a voler essere buoni. Certo non sasso: sasso è eccessivo. Eppure il biglietto che l'accompagna la chiama senz'altro sasso. Ed a ragione. Perché questa pietruzza o sassolino non è una pietruzza qualsiasi. Leggi bene. E' un "Sasso della grotta ove si rifugiò in Egitto la Sacra Famiglia". Vogliamo negargli lo status di sasso? Giammai: tanto più che questo mirabile reperto, che si trova oggi in una teca a palazzo Pfanner, a Lucca, dimostra l'esistenza di Dio. 
Chiudi gli occhi e seguimi. Siamo in Egitto, siamo in una grotta. Ecco qui Giuseppe e Maria. Sì, Giuseppe ha il mantello e il bastone e Maria è bionda con gli occhi azzurri ed il manto immacolato. E' giovane, mentre Giuseppe mostra il triplo dei suoi anni. Poi c'è il bambino, anzi il Bambino, anche lui, anzi Lui, biondo con gli occhi azzurri e paffutello anzi che no. Dunque Giuseppe e Maria sono in questa grotta con Gesù. Che fanno? Direi che Maria sta cucinando, se la cosa non sembrasse blasfema. Cucinava, Maria? Certo la sacra famiglia (la Sacra Famiglia) mangiava, ed essendo poveri certo non avevano la cuoca. Ma non si può escludere che scendesse qualche angelo a sbrigare la faccenda, o che le pietanze comparissero miracolosamente sulla tavola. Dunque Maria non cucinava, pregava ardentemente Dio o leggeva qualche libro rilegato in marocchino, magari le bozze in anticipo del Vangelo di Luca. Giuseppe invece lavora: a lui lavorare era concesso, è perfino il protettore dei falegnami. Era lì, allora, a piallare una tavola di legno. Finché la pace della grotta viene turbata da un urlo. E' Giuseppe. All'urlo non segue una bestemmia, perché Giuseppe è San Giuseppe e non bestemmia. La Madonna lo guarda con sguardo interrogativo, epperò pieno di amore - di un amore, sia chiaro, privo di qualsiasi concupiscenza, sia perché Maria è vergine (è Vergine) e non pensa a queste cose, sia perché Giuseppe va per la cinquantina e non è quello che si dice un bell'uomo. Si guarda i poveri sandali, Giuseppe, e ne estrae una pietruzza. Poi la mostra a Maria, sorridendo. Maria risponde al sorriso, pacificata. Giuseppe riprende il lavoro, non prima però di aver preso un biglietto, di avervi scritto "Sasso della grotta ove si rifugiò la Sacra Famiglia" e di averlo riposto in un canto della grotta, pensando già a quando, secoli dopo, il sassolino, promosso a sasso, sarebbe diventato una preziosa reliquia, dimostrazione infallibile dell'esistenza di Dio. 
E veniamo alla dimostrazione. 
Alcuni malnati sostengono che Dio non è. Se Dio non è, il mondo non è stato creato, ma ha cause meramente fisiche. Se Dio non è, le specie animali non sono state create da Dio; la vita è nata grazie a processi chimico-fisici, e le specie si sono evolute secondo le ben note leggi della selezione naturale. La vita si è sviluppata in forme sempre più intelligenti, fino a giungere all'essere umano, l'essere più evoluto ed intelligente di tutti, il risultato di milioni di anni di selezione. 
Ora, se così fosse, se cioè davvero la specie umana fosse il risultato di una evoluzione di milioni di anni, non si spiegherebbe la spaventosa idiozia di chi crede che quella pietruzza possa provenire dalla grotta egiziana della Sacra Famiglia. Se una pietruzza del genere esiste - accompagnata da quel biglietto, voglio dire - è perché l'essere umano è radicalmente, disperatamente, irrimediabilmente idiota. Sia chiaro: non è, quella pietruzza, l'unica dimostrazione. Basterebbe prendere un pezzo qualsiasi della storia sacra per dimostrare lo stesso assunto. Il fatto che un coacervo di idiozie ed assurdità come il cristianesimo abbia ormai duemila anni dimostra abbondantemente l'idiozia umana. Se non vi basta, aprite a caso un libro di storia. O un giornale.
Dunque: l'essere umano è idiota. Scemo, se preferite. Coglione, se gradite questa sfumatura. Questa coglionaggine è incompatibile con la selezione naturale. Non è credibile che la natura in milione di anni abbia selezionato una specie di coglioni. Logica vuole che le cose siano andate diversamente. E precisamente, come racconta la Bibbia. Un essere umano così idiota non può che essere l'opera di un Dio quale è quello (Quello) che compare nella Bibbia. Un Dio bizzoso, rissoso, umorale, illogico, violento. Un degno padre (Padre) di un tale figlio. 
Dio è, perché un essere umano così idiota non può che venire da lì (da Lì). E quella pietruzza, seu sasso, ce lo dimostra in modo inconfutabile.

Raca!

Sono finiti i lavori per l'autostrada Ss77 "Val di Chienti" che va da Foligno a Civitanova. E bisogna inaugurarla. Il vescovo di Foligno è già pronto con i ferri del mestiere, quando Renzi lo gela: niente benedizione religiosa. Mi costa davvero molta fatica riconoscere qualche merito a Renzi, ma in Italia quando un politico dice no a un vescovo c'è sempre da aprire una bottiglia di spumante, magari d'annata. Ci resta male, il vescovo - che si chiama Gualtiero Sigismondi - e piagnucola. Lui che con ogni probabilità nella sua vita non ha toccato non dico una zappa, ma una chiave a brugola, ha anche l'improntitudine di parlare del "sudore della fronte di chi l'ha realizzata", l'autostrada, manco fosse stato lì, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto ad asciugarlo, quel sudore. Ma se le parole sconclusionate del vescovo di Foligno fanno sorridere, si ride alla grande leggendo quelle a supporto del vescovo di Macerata, Nazzareno Marconi. Il quale si lancia in una distinzione tra la visione della benedizione che ha il mondo laicista, "teologicamente ignorante", e quella cattolica, e chiude con: "Che Dio ci salvi dai cretini, in particolare dai cretini che hanno potere".
Ora, quale appartenente al mondo laicista, o più banalmente come persona che non appartiene alla setta cristiana, dovrei essere anch'io teologicamente ignorante, ma non lo sono fino al punto di ignorare quel passo del Vangelo secondo Matteo in cui Gesù, o chi per lui, dice:

Voi avete udito che fu detto agli antichi: "Non uccidere: chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale"; ma io vi dico: "chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale; e chi avrà detto a suo fratello: 'Raca' sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: 'Pazzo!' sarà condannato alla geenna del fuoco."
Raca. E che vuol dire raca? Lo lascio dire a San Girolamo, il traduttore della Vulgata:

Hoc verbum proprie Hebraeorum est: RACA enim dicitur κενὸς, id est, inanis aut vacuus: quem nos possumus vulgara iniuria, absque cerebro, nuncupare.
In altri termini, raca vuol dire cretino.  Ci sarebbe, a dire il vero, da notare che cretino propriamente deriva da cristiano, ma dubito che il monsignore volesse dare a Renzi del cristiano. Cretino sta proprio per inanisvacuus. Ora, ci sarebbe da prendere questo monsignore e portarlo al tribunale, giusto per mettere in pratica una volta tanto in Vangelo, ma i giudici hanno già il loro bel da fare: e una risata è più che sufficiente per questo pastore di pecore cristiane e "studioso" che non ha troppa memoria del Vangelo.

Allahu Akbar

Allahu Akbar. Nel mio studio su Gandhi ho cercato di mostrare l'importanza che nel suo pensiero ha l'idea di Dio come Daridranarayana: Dio come povero. E' il rovesciamento di quella idea di Dio che, in campo hinduista, si trova nella Bhagavad-Gita, libro che pure Bapu considerava fondamentale per la sua formazione spirituale, etica e politica. Dio è povero, è debole, è umile. Dio è negli intoccabili, che non a caso Bapu chiamava harijan, figli di Dio. Dio non è grande, Dio è piccolo. Dio è nelle cose piccole, e credere in Dio significa prendersi cura delle cose piccole. L'idea non è una creazione di Gandhi: l'ho trovata in Vivekananda, un pensatore che andrebbe riscoperto, ma forse si potrebbe risalire più indietro. Dio è grande: su questa convinzione si regge tutta l'arte occidentale; senza questa convinzione non avremmo il duomo di Monreale, Santa Maria Novella, San Pietro: eccetera. Dio è grande, e dunque bisogna onorarlo con la grande architettura, con la grande arte, con la grande musica. Ma Dio è grande vuol dire anche glorificare la potenza, la violenza, l'imposizione. Il Dio grande è sempre, anche, il Signore degli eserciti della Bibbia, il Dio assassino che guida i massacri e le crociate. Bisognerebbe cominciare a pensare che Dio è piccolo e sta nei piccoli. E che le pratiche religiose sono pratiche di attenzione e di cura verso ciò che è piccolo, debole, indifeso.

Razzismo: cosa può fare la scuola


La tragedia di Fermo è una tragedia annunciata. Da anni stiamo assistendo ad una sistematica azione di imbarbarimento della vita pubblica da parte di politici, giornalisti, opinionisti, che ha reso pubblicamente tollerabile ciò che altrove susciterebbe scandalo: il dileggio pubblico, il discorso di odio, la violenza verbale verso il diverso; una violenza che è inevitabilmente premessa alla violenza fisica. Un segnale inquietante sono stati gli insulti reiterati al ministro Kyenge. Il fatto che un persona nera, e per di più donna, facesse parte del governo ha fatto venire allo scoperto quel misto di crassa ignoranza, razzismo e fascismo di cui è composto buona parte del fondo - propriamente: la feccia - della sottocultura italiana. Quel che è disperante, è la difficoltà di contrastare il razzismo montante. E' noto il bassissimo livello culturale degli italiani, l'incapacità della maggioranza della popolazione di orientarsi nel mondo in cui vive (secondo l'indagine PIAAC dell'OCSE meno di terzo degli italiani hanno le conoscenze e le competenze necessarie per vivere in una società complessa). Un cittadino ignorante è un elettore ignorante, e un elettore ignorante elegge una classe di politici rozzi, che manipolano le paure popolari, che alimentano il razzismo, che affrontano problemi complessi ricorrendo a misere semplificazioni. Un circolo vizioso che è difficilissimo spezzare. 
Da insegnante, mi chiedo cosa può fare la scuola. Provo a dare qualche risposta, con la consapevolezza che non esistono soluzioni semplici, perché la scuola stessa - e questo fa parte del processo di imbarbarimento cui ho accennato - è sempre più indebolita, depotenziata, delegittimata, ridotta a logiche di mercato che nulla hanno a che vedere con l'educazione e la formazione critica dei cittadini. 
In primo luogo, la scuola può evitare di essere razzista essa stessa. L'accusa di classismo, rivolta alla scuola italiana, risale almeno alla Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana. Ed è una accusa tutt'altro che ideologica, che coglie un fatto oggettivo. Basta entrare in un qualsiasi liceo o in un qualsiasi istituto professionale. L'affermazione che i licei sono scuole esclusivamente borghesi può forse essere discussa: troverete sempre il figlio di operaio che ha fatto il classico o lo scientifico ed è lì a dimostravi che non è così. Ma è piuttosto improbabile il contrario: l'istruzione professionale e quella tecnica sono prevalentemente riservate ai ceti economicamente svantaggiati, a quello che una volta si chiamava proletariato. Secondo il rapporto ISTAT La scuola e le attività educative (2012). "I risultati scolastici sono correlati all’estrazione sociale della famiglia di origine: quelli meno soddisfacenti si riscontrano più di frequente nelle famiglie in cui la persona di riferimento è operaio (il 41,3% ha conseguito il giudizio “sufficiente”), lavoratore in proprio o in cerca di occupazione (37% in entrambi i casi)". Ora, questi dati si incrociano in modo eloquente con quelli riguardanti gli studenti stranieri. Secondo il rapporto del MIUR Alunni con cittadinanza non italiana. Tra difficoltà e successi, relativo al 2013/2014, solo il 3,8% degli studenti nati all'estero sceglie il Liceo classico, contro un 39,5 % che sceglie un professionale e il 38,1% che sceglie un istituto tecnico. Nel sistema scolastico italiano gli stranieri si collocano dove si collocano i proletari. In quella fetta di sistema scolastico che fin dall'inizio è stata pensata per formare il braccio della società, non la mente né la classe dirigente. Benché questo suo classismo sia stato denunciato da tempo, la scuola italiana non riesce ad uscirne. 
Non è, bisogna dire, tutta colpa sua. Molto conta la percezione sociale dell'istituzione scolastica, dell'importanza dello studio, la propensione ai lavori intellettuali, l'influenza della famiglia e delle sue aspirazioni. Ma è innegabile che c'entri anche il lavoro di orientamento dei docenti. Chi scrive negli anni Ottanta, alla fine della scuola media, fu orientato verso l'istituto professionale, nonostante una chiara, evidentissima propensione per gli studi umanistici. Era difficile, a quei tempi, pensare un percorso diverso per il figlio di un operaio. La mia esperienza di docente mi porta a ritenere che a distanza di qualche decennio queste dinamiche classiste siano ancora ben radicate in molti contesti. 
Non si può dire che le scuole non facciano il possibile per accogliere gli studenti stranieri. Spesso, a dire il vero, fanno anche l'impossibile, con le scarse risorse di cui dispongono: ma non è detto che si muovano nella direzione giusta. Molto spesso, l'unica preoccupazione è quella di mettere lo studente in grado di conoscere la lingua italiana. In molte scuole occuparsi degli stranieri vuol dire esclusivamente organizzare corsi di italiano per stranieri. Se lo studente è particolarmente in difficoltà, gli si può mettere la nuova etichetta di BES, alunno con bisogni educativi speciali, e gli si offre un comodo salvacondotto, che a dire il vero permette anche ai docenti di rilassarsi un po'. Cosa manca? Manca la differenza. E' un percorso a senso unico, che porterà lo studente a italianizzarsi, nella migliore delle ipotesi, ma senza che la scuola abbia preso nulla da lui, dalla sua cultura, dalla sua identità. Manca lo scambio. Non è detto naturalmente che accada sempre. Non mancano esperienze di integrazione reale, non mancano forme di scambio e di arricchimento. Ma mi pare che la visione dominante, nonostante le decine di volumi di pedagogia interculturale che finiscono ogni anno sugli scaffali delle librerie, sia quella. Il crocifisso alle pareti è il simbolo di una anacronistica chiusura identitaria, l'ora di religione costringe fuori dall'aula gli studenti musulmani o comunque non cristiani, mentre un'ora di storia delle religioni aconfessionale o di etica civica potrebbe essere occasione di confronto e di scambio tra culture.
La chiusura della scuola italiana non è solo confessionale. Più in generale, è semplice miopia provincialistica. Si può uscire dal sistema scolastico italiano senza aver mai sentito nemmeno nominare capolavori della letteratura universale come il Mahabharata, ignorare tutto della straordinaria cultura cinese, non sentirsi minimamente ignoranti se non si sa chi è Murasaki Shikibu. Nella scuola italiana si studia la cultura italiana e un po' della cultura europea, tutto il resto non interessa. Il messaggio implicito è che tutto ciò che non è italiano o europeo è ignoranza e barbarie.
E veniamo al punto decisivo: lo sciovinismo. Uno sciovinismo soft, sia chiaro, non siamo mica ai tempi del fascismo. Ma innegabile. A scuola si entra gradualmente, dolcemente nella rassicurante narrazione degli italiani "brava gente", più portati per fare l'amore che per la guerra, il popolo che ha civilizzato l'Europa e il mondo con Dante e Petrarca, Leonardo e Lorenzo il Magnifico. Non si mancherà di vantare la grandezza della cultura europea di un Erasmo o di un Comenio. Lo studente sarà un po' confuso quando si ritroverà di fronte all'olocausto, che fortunatamente riceve a scuola tutta l'attenzione che merita, e che è un pozzo di barbarie aperto nel bel mezzo dell'Europa; ma nessuno gli parlerà - o gli parlerà con i toni necessari: non come si spiega un paragrafetto del libro di storia - del terribile genocidio compiuto dai belgi in Congo, o delle atrocità del colonialismo italiano, della vergogna dello schiavismo, della violenza e della distruzione che l'Europa ha portato nel mondo in nome della civilizzazione.
Uscire da questa narrazione è il meglio che la scuola possa fare per combattere il razzismo. La visione scolastica, che se ne sia consapevoli o meno, è ancora quella dell'uomo bianco, e segnatamente del borghese bianco. La scuola può con assoluta buona fede affermare i principi della solidarietà, della fratellanza, dell'umanesimo, trasmettendo al contempo una visione che esclude o pone ai margini della civiltà tutto ciò che è fuori dall'Europa, così come può ignorare o minimizzare il grido delle vittime di ieri e di oggi, quando sono vittime del lato oscuro dell'occidente. e' giunto il momento di fare i conti con la nostra ombra, con il nostro passato violento, guardare coraggiosamente nei nostri limiti: del resto, è quanto ha fatto la migliore cultura europea del Novecento, dolorosamente consapevole dell'intreccio di grandezza e miseria che caratterizza la storia del nostro continente. Ma non si tratta solo del passato. Una delle accuse che gli studenti rivolgono più frequentemente alla scuola è quella di non metterli in grado di leggere il presente. Ed hanno le loro ragioni. Ci si difende ripetendo il mantra che studiare il passato è indispensabile per capire il presente. Che è vero, ci mancherebbe: ma non sufficiente. Per capire quello che accade in Medio Oriente fa sicuramente bene conoscere la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito, ma occorre anche conoscere la storia della formazione dello stato di Israele, la storia recente dell'Iran, con il colpo di stato del '53, e le guerre contro l'Iraq, e così via. Un lavoro che si fa sporadicamente, magari a ridosso dell'ennesima strage, e che dovrebbe essere invece costante, organico, centrale. Ogni giorno bisognerebbe analizzare quello che accade a livello internazionale, indagarne le cause, ascoltare più voci, anche leggendo più giornali. Ogni giorno in classe bisognerebbe sfogliare Le Monde, il New York Times, il China Daily, il Times of India. Costruirsi, ogni giorno, uno sguardo ampio, generoso, capace di apertura critica, di analisi profonda, di valutazione imparziale. Un difficile lavoro politico - ma insegnare è sempre un lavoro politico - per superare l'Italietta ignorante che legge la società complessa del terzo millennio con la profondità delle cartoline africane dell'Italia fascista.   

Articolo pubblicato su Gli Stati Generali l'8 luglio 2016.

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